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Gli ultimi messaggi del Forum

La vergine del bordello - storia e colori Hubert

Quella che in apparenza sembrava prospettarsi una lettura ironica e scherzosa sulla presenza di una timorata ragazza vergine in un bordello parigino degli anni '30, si è in realtà rivelata molto più cupa del previsto.
Fin da principio, l'intreccio narrativo è crudo e violento, all'ombra del mistero in cui è coinvolto un fantomatico e sedicente macellaio che aggredisce, uccide e smembra giovani donne. E con un finale brutale, sconcertante e forse anche disincantato. Anche quando sembra esserci il miraggio di una favola, questo viene spazzato via in poco tempo.

"La vergine del bordello" mette in scena un tripudio di vite miserabili, infelici, distrutte, sfregiate, smembrate, trasfigurate, decapitate, e poi rimesse insieme in un improbabile puzzle.
Uomini violenti e succubi delle loro debolezze; donne machiavelliche e benestanti ipocriti e opportunisti.

L'uomo seme - Violette Ailhaud

"All'inizio mi trattengo dall'affondare i denti in quell'uomo che aspetto da tanto tempo, da sempre credo. Conosco la mia fame ma non so cosa bisogna fare. Non so come deve essere una donna la prima volta che incontra la pelle dell'uomo. Eppure conosco le cose dell'amore: ne abbiamo parlato spesso tra donne. Ma ignoro i segreti del primo giorno, di come nasce l'incontro di due corpi. (...) Stringiamo le gambe, stringo per impedire loro di staccarsi: la violenza contenuta, il desiderio, l'attesa del piacere, tutta questa forza del vivere bloccata da due anni dietro la diga che ha tagliato il corso della mia vita, fin dalla mia infanzia di bambina mi ero lanciata verso questa vita di donna che sognavo a immagine della mia felicità di mia madre. Mi sentivo un fiume placido il cui scorrere era stato interrotto e che cercava ora di riprendere, nella collera, il suo corso".

Violette Ailhaud è nata nel 1836 ed è morta nel 1925 a Saule-Mort, nell'Alta Provenza. Nel 1919 ha scritto "L'uomo seme", ma i fatti da lei riportati e raccontati avvengono intorno al 1852, quando Violette aveva meno di 20 anni.
Come viene specificato in una nota introduttiva: "...nel suo testamento, c'era anche una busta, che non poteva essere aperta dai notaio prima dell'estate del 1952. Dopo l'apertura, la consegna indicava che il suo contenuto, un manoscritto, dovesse essere affidato al maggiore dei discendenti di Violette, tassativamente di sesso femminile, in un'età compresa tra i quindici e i trent'anni. Yvelyne, ventiquattro anni, si è così ritrovata in possesso di questo testo nel luglio del 1952".

C'è da domandarsi cosa comporti il ritrovarsi d'improvviso erede di una narrazione tanto intima di una propria antenata di cui forse non si era mai saputo niente prima, di cui non si ha nemmeno una foto, avere la responsabilità di questo passaggio di testimone, rispettandone le precise volontà.

Diletto - Ugo Riccarelli

Una raccolta di 11 racconti brevi, in cui il letto li unisce tutti, come un fil rouge tra una storia e l'altra. Che si tratti di un letto d'ospedale; di un letto improvvisato con dei cartoni presi da un bidone; di una culla; del lettino di un terapista; del letto nuziale costruito da Ulisse, re di Itaca, utilizzando il tronco di un albero di ulivo oppure di quello da assemblare faticosamente in tutti i suoi pezzi, come processo inaugurale della nuova convivenza di una coppia moderna.

A qualunque epoca storica, a qualunque età e a qualunque scopo esso sia destinato, il letto è qui protagonista, o altrimenti è il testimone silenzioso e vigile dello srotolarsi di queste umane esistenze.
A proposito del letto, Bukowski scriveva: "...mi piacciono i letti, credo che sia l'invenzione più grande dell'uomo, quasi tutti siamo nati lì, si muore lì, si scopa lì, ci si abbraccia lì e si sogna lì".
Che Bukowski piaccia o meno, c'è senz'altro del vero in questa sua asserzione, e in questa circostanza sa riassumere perfettamente i vari scenari di cui Ugo Riccarelli si serve, almeno in parte, per inquadrare quest'oggetto.

Della raccolta, tuttavia, solo 3 racconti sono stati capaci di smuovere e lasciare qualcosa, in un approccio senz'altro personale al testo: "Terapie brevi", "Malm" e "Culla il tuo bambino".
Curioso che, proprio iniziando l'ultimo racconto sopracitato, abbia trovato un'annotazione scritta a matita in caratteri maiuscoli, da chi prima di me aveva presumibilmente già avuto per le mani quella copia, che recitava in modo imperativo: "Atroce, non leggere!".
E' risaputo che, nella maggior parte dei casi, nel dire a qualcuno di non fare una cosa, si finisce inevitabilmente e involontariamente per incoraggiarlo a farla; quando poi si tratta di libri, è sufficiente pensare ai libri proibiti che invece di ammansire e intimorire, fomentavano la curiosità di chi intendeva apprendere il più possibile del mondo e dell'opera umana.
Dietro quell'imperativo, c'era dunque da domandarsi dove finisse l'ammonimento e dove iniziasse la sfida, specialmente di fronte al vivo contrasto tra quell'aggettivo "atroce" (e non "brutto", nel senso di scritto male) e la mitezza del titolo "Culla il tuo bambino", ragion per cui non ho avuto esitazioni a proseguire, già reduce da letture dure, spesso atroci, talvolta violente, talvolta ingiuste, intrise di odio e avidità. E sì, la circostanza è sicuramente atroce, non tanto per la presenza di alcuni vaghi toni espliciti, ma forse per quello che l'autore decide di non scrivere, lasciando all'immaginazione (processore infinitamente potenziato di immagini e suggestioni) il compito di riempire i buchi del non detto o dell'appena accennato.

La nostalgia felice - Amelie Nothomb

Come "Metafisica dei tubi", "Stupore e tremori", "Né di Eva né di Adamo" e "Biografia della fame", "La nostalgia felice" si aggrega all'insieme dei suoi intrecci narrativi di natura autobiografica, e in particolare narrando il ritorno ad un tempo e ad un luogo del passato, dopo il terremoto di Fukushima l'11 marzo 2011. L'infanzia, scolpita immutabilmente nel volto invecchiato dell'amata governante Nishio-san, amata quanto una madre; la giovinezza in Rinri, l'amante giapponese dei suoi vent'anni.

"Se ne potrebbe dedurre che quella vera, di sangue, non era una buona madre. E non era vero. Colei che chiamo mamma è una madre eccezionale, so bene che è un privilegio essere sua figlia. Ma il cuore è complesso, e come può accadere che ci si innamora più di una volta, così si può identificare più di una donna come madre ideale. E' garanzia di più emozione, di più sentimento, di più lutto".

Una telecamera la (in)segue ("Filmano i miei primi istanti sul suolo giapponese. Decido che non mi disturba. Che cosa può percepire una telecamera di quello che sta succedendo dentro di me? Io rimango nelle mie grandi profondità, là dove non arriva nessuna luce".), tra il caos umano e i ciliegi di Tokyo, gli antichi templi di Kyoto, e le rovine di Fukushima, devastata dalla natura.

"Ci vuole uno sforzo costante della memoria per ricordarsi che una simile distruzione è opera della natura: in una devastazione così tremenda sembrerebbe di riconoscere lo zampino dell'uomo".

Apertamente condiviso il disappunto nel vedere profanati certi luoghi del suo passato di bambina, e quindi non mutati in meglio, un sentimento - presumo - collettivo e intimo, che rimane costante non solo quando si ritorna dopo tanto tempo nei luoghi della propria infanzia, ma anche quando decidiamo di non lasciarli mai.
"Tutti hanno fatto questa crudele esperienza: scoprire che i luoghi sacri della prima infanzia sono stati profanati, che non sono stati giudicati degni di essere preservati e che è una cosa normale".

Curioso (o forse no) che tutto il suo lavoro autobiografico abbia come luogo sovrano sopra qualunque altro (e di fatto Amélie ha vissuto in molte parti del mondo, come riporta in "Biografia della fame") il Giappone. Un rapporto del quale chi legge può soltanto farsi spettatore e accogliere su di sé, entro di sé, scorrendo sulle parole, sulle memorie, sulle elucubrazioni e su tutta l'interiorità dell'autrice stessa.

La più piccola - Fatima Daas

"Racconta la storia di una ragazza che non è davvero una ragazza, che non è algerina né francese, né di Clichy né di Parigi. Una musulmana, credo, ma non una buona musulmana, una lesbica con omofobia latente. Che altro?"

Ecco come la stessa Fatima Daas, autrice e protagonista di questa autobiografia definisce questo libro.
Uno stile asciutto, diretto, essenziale, un ritmo netto, incalzante, fino a saturarsi al momento giusto, senza andare troppo oltre.
La voce narrante ripete volutamente certe frasi ad ogni nuovo capitolo, talvolta in formule diverse, altre volte in modo perfettamente identico.
Una tra tutte si ripete religiosamente allo stesso identico modo all'inizio di ogni capitolo: "Mi chiamo Fatima Daas".
Un ripetere continuo, incessante, sentito come assolutamente necessario, che ricorda una litania, una preghiera, il diario di un malato o di una detenuta che teme, o sospetta di dimenticare le cose se non se le ripete di continuo, oppure di perdersi nei meandri stessi delle sue elucubrazioni, di rompersi in mille pezzi se non tenta di tenere tutto insieme, più di quanto non lo sia già, nella disperata ricerca di un po' di stabilità.

Altre sono le frasi che si vedono ripetute continuamente: "Porto il nome di un personaggio simbolico dell'Islam". "Sono una piccola cammella svezzata". "Soffro di asma allergica". "Sono francese". "Sono di origine algerina". "I miei genitori e le mie sorelle più grandi sono nate in Algeria". "Sono nata con un parto cesareo". "Sono una bugiarda". "Sono una peccatrice". "Sono musulmana". "Sono un'adolescente turbata. disadattata"...

Salti repentini nel tempo e nello spazio: dall'infanzia all'adolescenza, fino alla prima età adulta; da Parigi all'Algeria, dalla periferia alla grande città, dall'Europa al Maghreb.
Un quadro difficile da inquadrare, perché forse non si tratta nemmeno di un quadro, ma di una materia informe, ancora senza spigoli o linee nette.
Essere figlia di seconda generazione, con la volontà di rimanere legata alla propria fede, ma col turbamento di essere nel torto, col dubbio e l'incertezza di essersi smarrita. C'è forse l'incapacità di tenere assieme troppi pezzi di un puzzle di cui non si ha (ancora) chiaro l'insieme.

Biografia della fame - Amelie Nothomb

Per chi ha confidenza col lavoro di Amélie Nothomb, leggendo "Biografia della fame" risuoneranno familiari le pagine di " Né di Eva né di Adamo", "Metafisica dei tubi" e "Stupore e tremori", che a loro volta danno voce all'autobiografia dell'autrice.
Rispetto a questi ultimi citati, viene da chiedersi cosa sia realmente "Biografia della fame".
Ad una lettura vorace e bulimica (termini adatti al contesto) consumata in due giorni, sembrerebbe in apparenza una resume dei numerosi spostamenti a cui fin da piccolissima Amélie Nothomb, insieme all'amatissima sorella maggiore Juliette, fu costretta a causa del padre diplomatico.
Giappone, Cina, New York, Bangladesh, Birmania. L'infanzia, l'adolescenza, la prima età adulta. I giochi d'infanzia, le turbe, le amicizie, le infatuazioni, le ambizioni, il rapporto col corpo, il futuro da scrittrice. E di come quei luoghi e le persone che vi abitavano abbiano plasmato in lei appetiti di diversa natura.
Del suo rapporto ambiguo con la fame, fame del mondo e della vita stessa. Fame di affetto e di amore.
E di come questa fame sembri essere stata indispensabile a intessere un rapporto fondamentale con l'atto della scrittura:

"La scrittura era innanzitutto un atto fisico: c'erano ostacoli da superare per tirar fuori qualcosa da me. Questo sforzo costituì una specie di tessuto che divenne il mio corpo."

Le sfuggenti dissertazioni dell'autrice nelle prime pagine del libro riescono a fatica a far breccia nell'attenzione di chi legge, rallentando il ritmo della narrazione, finché si trasforma in una narrazione autobiografica a tutti gli effetti, dai tratti più chiari, delineati, concentrandosi sugli eventi, sugli spazi, sulle azioni dei personaggi e sui loro diretti effetti sulla personalità della giovane protagonista. Solo allora la parole riescono davvero ad agganciarci.

Il testamento dell'uro - Stéphanie Hochet

Quello che sembra essere un incipit innocuo, con personaggi e circostanze comuni e narrativamente poco avvincenti, in poco tempo (e cogliendo del tutto alla sprovvista) si rivela invece per quello che in realtà è: uno scenario dalle tinte inquietanti, oscure, quasi claustrofobiche, dove vengono messi in scena veri e propri sequestri di persona mascherati dietro sorrisi sardonici e falsi, progetti malefici e foschi.
La protagonista, una giovane scrittrice di Parigi, viene così condotta in una spirale di eventi grotteschi, e verso un finale assolutamente inaspettato, che ricorda quelli dei romanzi di Amélie Nothomb.
Non è forse un caso che Stephanie Hochet (autrice de "Il testamento dell'uro) apparve in un suo libro sotto lo pseudonimo di Petronille Fanto, nell'omonimo romanzo "Petronille".

Lieto evento - Eliette Abécassis

Uno stile ed un lessico semplici, senza fronzoli, che vanno dritti al punto.
Una voce onesta, senza censure sull'esperienza poliedrica della maternità, la cui narrazione è stata sempre (o comunque spesso) edulcorata, imbellettata e talvolta traviata, tenendo pudicamente (e spesso moralmente) taciute molte verità ritenute talvolta socialmente scomode, inaccettabili o addirittura esecrabili.
Niente di tutto questo: la voce dell'autrice, e così della protagonista, non ci nasconde nulla. Lascia spazio a tutto, sottolineando quale inevitabile contraddizione sia la maternità e l'essere donna a questo mondo.
Creazione e distruzione. Odio e amore. Repulsione e adorazione. Orrore e bellezza.
In questo processo, che è al tempo stesso evoluzione e regressione, Abécassis lascia spazio a tutto: la gravidanza, la percezione di un corpo che cambia inesorabilmente e non sarà mai più uguale a prima, lo sguardo della gente, il parto, l'episiotomia, il sesso, lo sconvolgimento psicofisico.
Ogni aspetto di questa esperienza ha il suo spazio narrativo, seguendo un approccio al tempo stesso umoristico e drammatico.

Tutti i nostri corpi - Georgi Gospodinov

"Mentre è sdraiato, dopo essere stato aperto e ricucito dalla gola alla pancia e lentamente esce dall'anestesia, li vede all'improvviso davanti a lui. Alcune persone di varia età gli stanno davanti e lo osservano. Strano come siano riusciti ad entrare, dato che non è ammesso l'ingresso nei reparti di chirurgia intensiva.
Vicino alla finestra c'è un bambino di sette-otto anni, in pantaloncini corti, un ginocchio sbucciato e peletti biondi sulle braccia esili. L'uomo di vent'anni è alto e bello. Vicino a lui ce n'è uno di quaranta, che comincia a incanutire, specie sul lato sinistro, ma fa ancora una gran bella figura. E infine un uomo di sessant'anni, dal volto giallastro, appare dimagrito e ha delle borse sotto gli occhi, deve assolutamente andare a farsi visitare.
- Chi siete voi? - chiede il paziente, anche se intuisce la risposta.
- Tutti i tuoi corpi - risponde il più anziano. - Non ci hai riconosciuto?
Si osservano in silenzio per circa un minuto.
- Su, andatevene, adesso viene l'infermiere capo - dice loro a bassa voce, anche se vorrebbe che rimanessero ancora un po'. E' difficile che si vedano ancora.
Loro si guardano, gli fanno un cenno appena percepibile di addio e cominciano a uscire.
Il bambino rimane per ultimo."

"Tutti i nostri corpi" è il titolo di questa raccolta di racconti brevi, talvolta brevissimi. Fermoimmagine, istantanee, sequenze breviloquenti, talvolta delle semplici riflessioni che accomunano l'intero genere umano.
Ma fa anche da titolo alle parole sopracitate. Uno scenario in parte magico in parte onirico, quasi kafkiano.
Anche se verso la fine perde un po' di smalto, gran parte della raccolta mantiene suggestioni, toni e ritmi incalzanti, brillanti, talvolta umoristici, talvolta drammatici, come luci che s'accendono all'improvviso nel buio e lasciano una traccia scura e fulminea negli occhi.

Autunno tedesco - Stig Dagerman

Stig Dagerman è un romanziere svedese, ma qui sono riportati i suoi articoli scritti per un quotidiano, come reportage dalla Germania , appena sconfitta nella seconda guerra mondiale. Il suo sguardo è inusuale, chiaramente simpatizza con gli ultimi, cosa strana a quell'epoca, perché i tedeschi erano la popolazione odiata per l'avvento del conflitto, ed ancora di più oggi, che sembriamo indignati "dalla povertà" . Il suo è linguaggio che incrementa la nostra visione. Assolutamente da leggere!

Novembre alle porte - Chaim Potok

che storia incredibile quella raccontata da Chaim Potok,
un romanziere che narra la storia della famiglia Slepak,
Storia che riverbera ancora nel 2023 ,
con la tenace richiesta e difesa dei diritti umani nella Russia di Lenin, Stalin
e ...Putin ( ho amato così tanto questo testo che appena finito di leggerlo, l' ho comprato!) Chaim Potok scrive romanzi bellissimi

Brevi lezioni di meraviglia - Rachel Carson

Rachel Carson scrive un libro estremamente toccante, adatto in primis a tutti i genitori, agli educatori , perchè questa splendida narratrice, biologa marina a cui si deve la messa al bando del DDT, possiede una grande voce per elicitare la conoscenza in ogni essere umano . La sua vicenda personale è altrettanto notevole, se non la conoscete, questo breve saggio, sarà una scoperta davvero coinvolgente

Fato e furia - Lauren Groff

Una vicenda matrimoniale narrata prima dal coniuge e poi a metà del romanzo la voce passa alla sposa: un espediente narrativo estremamente affascinante, una scrittura limpida ( credo non solo merito del traduttore, Tommaso Pincio), che mi ha tenuto incollata al romanzo sino alla fine. Lauren Groff è un'abile narratrice, il sistema bibliotecario possiede anche "Matrix" altrettanto godibile; se siete in cerca di una buonissima lettura, prendete a prestito queste narrazioni !